Grossa macchia grigia sulla cartina stradale, simbolo di densa concentrazione urbana, Milano si era messa in evidenza alla mia attenzione fin da quando ero un bambino ancora poco capace di intendere e di volere: guardavo la cartina stradale piena di puntini, pallini e nomi, e vedevo quel nome scritto in grande, in stampatello, accanto a quella grossa macchia. In occasione dei miei primi viaggi con i genitori verso luoghi di mare per turismo avevo preso il mio primo treno alla stazione Centrale di Milano, e Milano era poi la destinazione di arrivo in occasione del nostro ritorno a casa.
Chiedevo ai miei genitori: "Noi abitiamo a Milano?"
"No -era la risposta- noi abitiamo a Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo.... vicino a Milano, ma non a Milano!"
Non ho mai saputo dove si trova con esattezza la Via Gluck, ma come tutti gli italiani, fin da bambino, ho conosciuto "il ragazzo" della omonima canzone, assimilando il mito ecologista e anti-cemento del "molleggiato", paladino di tante battaglie morali tradotte in canzoni. Milano anche in questo caso era al centro del discorso.
Mio padre, come i miei zii Emilio e Zaverio, lavoravano come operai a Milano, presso la Pirelli, stabilimento "Bicocca" in Viale Sarca. Ogni giorno (facendo i tre turni oppure Giornata) prendevano la corriera (Grattoni, poi Peroni, poi Locatelli) e insieme a decine di altri pendolari bergamaschi si recavano a lavorare, caricando sopra le normali otto ore di lavoro anche la fatica delle due ore di viaggio tra andata e ritorno, quasi sempre stressanti per la ripetitivita', il troppo caldo o il troppo freddo, l'orario disagiato dei turni, la scomodita' dei mezzi. E guai a perdere la corriera!
Erano gli anni della "Milano da bere, la Milano dell'Amaro Ramazzotti", ed io uscivo dalla terza media per diventare adolescente. Dopo la scuola dell'obbligo frequentai il biennio della scuola professionale regionale "Istituto Piero Pirelli", situato in Viale Fulvio Testi, nelle vicinanze dello stabilimento Pirelli da me finalmente conosciuto da vicino. Gli studi proseguirono poi nei tre anni successivi presso l'ITIS di Dalmine (BG), fino al diploma. Ma in quei primi due anni io ero diventato un milanese adottivo. Presso i miei compagni di scuola difendevo orgogliosamente le mie origini bergamasche e il mio tifo calcistico per la nostra Atalanta, una modesta squadra provinciale che si difendeva abbastanza bene, essendo stata promossa, proprio in quel 1984, di nuovo in serie A.
Ascoltavo i racconti e le descrizioni delle avventure-disavventure dei miei compagni di scuola, e ricostruivo spaccati di vita dipingendo i loro profili personali. C'era qullo che arrivava a scuola facendosi tutte le fermate della metro partendo da Baggio, c'era quello che arrivava da S. Maurizio al Lambro e mi raccontava che li, come lui stesso, erano tutti pugliesi. C'era il siciliano di Sesto San Giovanni, il milanese sbruffone che molestava i piu' remissivi, lo svogliato delle case popolari che preferiva guardare i programmi pornografici di Telereporter invece di studiare, il secchione con i baffi e la voce rauca che arrivava in treno da Seregno, il paninaro, il punk, il metallaro. Anche i ragazzi che arrivavano da fuori Milano erano comunque, in quelle ore diurne di scuola (mattino e pomeriggio) dei virtuali milanesi.
Fra gli argomenti di conversazione preferiti di noi ragazzi, dato che a parlare di ragazze c'era ancora tanto pudore e vergogna (la scuola era quasi interamente maschile), si parlava di calcio e altri sport.
Naturalmente la sfida principale era il derby Milan-Inter, e in quel biennio i rossoneri avevano Wilkins e Hatley, mentre l'Inter aveva Brady e Rumenigge a fianco dello "zio" Bergomi. C'erano poi gli sfegatati juventini (fieri dei loro Boniek e Platini) e qualche raro outsider, tifoso di altre squadre. In televisione la trasmissione piu' guardata e condivisa era il "Drive In", simbolo degli Anni Ottanta, antenata della successiva (non ancora nata) "Striscia la notizia", gia' con al suo interno la furbizia di Ezio Greggio e dei suoi compari di avventura. La parlata di Ezio Greggio rispecchiava l'idioma milanese neutro: quel parlare sicuro e deciso, non in dialetto (nessuno sapeva parlare il milanse in tutto l'Istituto scolastico) ma in quell'italiano neutro come gli speaker dei telegiornali privi di inflessioni regionali.
Era la citta' del PSI e di Craxi, e dei sindaci socialisti, rappresentativi di una classe dirigente politica e di una generazione di disinvolti liberi professionisti o "top manager", "yuppies" o semplici uomini dotati della italica furba arte di arrangiarsi -proprio come Ezio Greggio nelle sue gag in Drive In- sintesi mirabile tra la concretezza nordica e la fantasia creativa dei meridionali.
Avevo tra i 13 e i 15 anni e tanti brufoli in fronte, il prioritario desiderio di conoscere qualche bella ragazza (non concretizzato) e una discreta voglia e capacita' di studiare, mentre in molte case italiane cominciavano a comparire i primi Commodore VIC 20 o gli Amiga o gli Spectrum... i primi home computer, se cosi' si potevano chiamare. Naturalmente a scuola il piu' fantasioso degli sbruffoni millantava di possedere a casa un IBM, ma era chiaro a tutti che si trattava di una bufala, tanto per scherzare. Fra gli altri programmi trasmessi in TV (stavano guadagnando spazio le TV commerciali) c'era anche "Flash" e poi "Superflash", telequiz di Mike Bongiorno. Aveva la sigla finale con la canzone "L'Amico e'..." di Dario Baldan Bembo", mentre l'anno successivo la sigla era "Voci di citta'...", un coro suggestivo che ammiccava a vaghi sentimenti di appartenenza ad una citta', Milano, accompagnato da immagini del capoluogo lombardo, dei suoi luoghi caratteristici, dei suoi cittadini, delle sue strade e... degli spalti gremiti di San Siro.
Avevo eletto quella canzone come l'inno della mia milanesita' adottiva.
La vita dopo la fine della Scuola Professionale ci aveva separati per sempre, ed io con in tasca l'attestato di "Elettricista BT" avevo continuato i miei studi a Dalmine, in ambiente rigorosamente bergamasco. Poi avevo cominciato a lavorare a Vimercate, e fu in quel momento che cominciai a imparare il dialetto della parte destra dell'Adda, ma era il "brianzolo" e NON il milanese. Dopo diciassette anni a Vimercate il destino mi spingeva di nuovo sul lato sinistro dell'Adda, in terra bergamasca... nella bassa pianura, dove ho ricominciato ad ascoltare la parlata polentona con inflessione molto piu' marcata del dialetto bergamasco "diluito" che si parla a Capriate.
Da pochissime settimane i cambiamenti di lavoro mi hanno condotto ad essere nuovamente un milanese adottivo: lavoro a Milano. In questi recentissimi giorni ho spesso ripensato al biennio della mia prima adolescenza, al largo e trafficatissimo vialone che vicino alla scuola si chiamava Fulvio Testi e piu' in centro si chiama Viale Zara... alle facce e alle voci che in quella vecchia Milano tentavano di dare verso e colore alla mia vita. A pochi metri dal mio attuale ufficio c'e' il Pio Albergo Trivulzio, un luogo che la Storia d'Italia ha consegnato ai ricordi di un mutamento epocale... la Milano da Bere che diventava la Milano decadente e corrotta del ventennio incompiuto...
Un altro edificio situato a pochi metri da me e' la "Casa di Riposo per Musicisti", un istituto voluto e realizzato da quel Giuseppe Verdi che pur non essendo nato a Milano aveva dato tanto lustro e tanto prestigio alla citta' della Scala e della Madunina.
Quanti ricordi, quanti collegamenti...
Ma io sono ritornato a Milano!
Quale regalo di "buon ritorno" a Milano, la citta' si e' regalata, ieri senza chiedermi se ne fossi daccordo, uno scudetto calcistico.
Mi trovo qui nella citta' che ospita la squadra di calcio campione della nazione che e' attualmente campione del mondo in carica.
Posso dire per questo motivo di essere nella capitale del mondo del calcio? Mah... poco importante.
Milano col cuore in mano, ..."chi volta il culo a Milano volta il culo al pane"... ah quanto e' vero! Lo sapeva bene anche Renzo Tramaglino che per motivi di pane (anch'io sono qui per il mio pane quotidiano) dovette passare non pochi guai. E fuggendo da questa fatidica citta' era arrivato fino alle vicinanze di casa mia, per poi attraversare in barca il fiume Adda.
E' tutto rimasto come in quel romanzo manzoniano, o quasi: adesso sulla strada di Renzo (il nome che porta anche mio padre) ci sono quattro corsie di autostrada, o -in alternativa- la linea verde della Metropolitana.












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